la mia candidata

21 Giugno 2007 2 commenti


tutti chiamano a gran voce Weltroni, io non ho niente contro di lui, però io voglio lei…

Anna Finocchiaro, lei si candiderà alla leadership del Partito Democratico?
«I candidabili sono molti, e tra questi ci sono anch?io. Serve un consenso largo, e occorre che qualcuno faccia un passo avanti, e magari che qualcun altro faccia un passo indietro. Soprattutto, non deve essere una guerra di candidati. Il punto è un altro: ascoltare il nostro popolo perché il profilo del segretario sia più vicino possibile a quello che i cittadini si aspettano. Più riusciremo a fare questo, più arriveremo a scelte univoche e condivise: il segretario avrà un consenso forte, e il Pd assomiglierà a quello che abbiamo promesso».

D?Alema ha fatto sapere di avere già altri impegni, Veltroni come si sa nicchia… Non sarà, mi scusi la franchezza, che il 14 ottobre non è il turno dei leader di primissimo piano, per il semplice motivo che il segretario nazionale del Pd non sarà poi necessariamente il candidato premier?
«Questo è tutto da vedere. Dipenderà dalle regole delle primarie, dal loro esito, e soprattutto dalle vicende politiche dei prossimi mesi, dalla vitalità e dalla forza di questo partito nuovo. E da come il segretario saprà interpretare le esigenze e del Paese… Non mettiamo il carro davanti ai buoi».

Quindi lei non esclude che i due ruoli coincidano…
«Non lo escludo, certo. Perché dovrei?».

Perché questo è proprio il punto, non ancora chiaro nella complessa ingegneria di queste primarie. Che a qualcuno sembra congegnato apposta per escludere Walter Veltroni.
«Guardi, per la prima volta nella fondazione di un partito chiunque voglia può iscriversi e partecipare all?elezione del segretario. E? una cosa di grande rilevanza democratica, e molto semplice: c?è il collegamento tra ogni lista, e per presentarla bastano 100 firme, a una dichiarazione di intenti e a un candidato segretario nazionale. Il tutto è disegnato per includere, non per escludere. Chi vuole, a cominciare da Veltroni, può presentarsi. Certo, noi dobbiamo ancora stabilire come e quando si designa il candidato premier per le prossime politiche. Ma farlo con un governo in carica, e mentre Prodi è presidente del Partito democratico, sarebbe come stendergli intorno la rete del ragno».

Mentre l?accelerazione sul Pd serve anche a puntellare il governo…
«Infatti è stata presa la decisione giusta. Perché la vita politica del Paese vive una crisi profonda, e lo stesso quadro istituzionale registra una serie di microfratture. L?occupazione dei banchi del governo da parte della Lega, la campagna sull?antipolitica, il distacco tra i cittadini e le istituzioni».

Sì Finocchiaro però, insisto, il progetto non è chiaro. Se per la leadership del Pd scendete in campo tutti, non ne uscirà una guida indebolita? E riuscirà il Pd a stabilizzarsi? Durerà abbastanza il governo per far da levatrice?
«Io non ho la palla di vetro. Ma credo che il punto essenziale sia, intanto, uscire dalle logiche di appartenenza, dal giochino a me mi tocca il candidato premier e a te il candidato segretario».

Infatti forse il meccanismo ideato comporta competizione all?interno della Quercia e della Margherita, piuttosto che tra le due forze politiche.
«Questi meccanismi saranno governati dalla politica, e non da un regolamento. Per questo penso che dobbiamo rappresentare, già nelle liste da offrire ai cittadini, il massimo della mescolanza, del pluralismo, della diversità: liste composte da società civile, giovani, donne, diesse e dielle insieme. Per quanto mi riguarda sarà così. Franceschini per esempio la pensa nello stesso modo. Tanto più saranno competitive liste e programmi, quanto più riusciranno a dare anche visivamente la novità e il pluralismo del Partito Democratico. Se non siamo capaci di fare questo, possiamo andarcene a casa».

Se D?Alema non si candida, mentre lei sceglierà di farlo, qualcuno penserà che Finocchiaro sia l?uomo di D?Alema.
«Io non sono l?ancella di nessuno, e tantomeno D?Alema ha mai pensato di fare patronage sulla mia persona. Io sono una dirigente politica, da un anno guido l?Ulivo in Senato, in condizioni molto difficili, per usare un eufemismo. Sono parlamentare da vent?anni. Sono libera di candidarmi, come almeno altre dieci persone del mio partito, senza che nessuno si senta autorizzato a pensare che dietro una donna c?è sempre un uomo».
Intervista di Antonella Rampino, da “La Stampa”
20 giugno 2007

il miglior modo per far nascere il PD

11 Giugno 2007 1 commento

ho letto questo post dal blog di www.IVAN SCALFAROTTO.it

e ve lo riporto qui.
Costruire il PD in 10 facili mosse.

In questo momento storico molti Paesi si affacciano per la prima volta sulla scena della democrazia. E’ giusto che queste nazioni dalle istituzioni ancora fragili possano mettere a frutto le esperienze di Paesi come il nostro per costruire un futuro migliore. A questo scopo vogliamo fornire loro un semplice decalogo su come costruire un Partito progressista, moderno, laico e unitario: il Partito Democratico.

1. Preparare accortamente l’elettorato alla nascita del nuovo partito. Adottare una limpida strategia politica per cui ci si presenta uniti alle elezioni politiche e divisi alle amministrative, uniti ad Asti e divisi ad Alessandria, uniti alla Camera e divisi al Senato. Comunicare con chiarezza l’idea che il partito unico è l’ultima cosa al mondo che vorreste fare, ma visto che gli elettori inspiegabilmente si ostinano a preferire un solo partito a 12, ob torto collo cercherete di provvedere.

2. Avviare la fase costituente del partito con una serie di litigi e polemiche, preferibilmente su questioni di nessuna rilevanza presso i cittadini: a quale gruppo aderire al Parlamento Europeo, se sia meglio la legge elettorale tedesca o spagnola etc.

3. Una volta esauriti gli argomenti di litigio di attualità, dedicarsi al passato aprendo un proficuo dibattito sul Pantheon del partito, con astiose recriminazioni sulle figure storiche di Craxi, Berlinguer, Gramsci, Giolitti e Federico II di Prussia

4. Incaricare un gruppo di 12 signori detti i Saggi (in alternativa: i Vegliardi, gli Illuminati) di redigere il Manifesto del partito, in cui vengano stabiliti con chiarezza dei principi quali la presenza delle donne ed il ricambio delle classi dirigenti. Fare in modo che almeno uno dei Saggi chiarisca che non aderirà al partito democratico, onde sottolineare la granitica volontà dei gruppi dirigenti.

5. Formare un Comitato promotore del partito senza rispettare i principi stabiliti al punto precedente. Fare in modo che vi siedano poche donne, nessun giovane, nessun immigrato, che tutti siano politici a tempo pieno. Assegnare al Comitato dei compiti fumosi ed incomprensibili.

6. Dividere i posti nel Comitato su base rigorosamente partitica e correntizia. Cinque a te, sei a me, tre a lui. Fare in modo che le quote della spartizione finiscano dettagliatamente sui giornali, onde i militanti possano apprezzare il clima di generosità e reciproca fiducia che anima il progetto.

7. Nel frattempo, non organizzare alcuna iniziativa comune tra i militanti dei diversi partiti. Non una festa, non un incontro, non una manifestazione. Tenerli separati fino all’ultimo momento come sposi in un matrimonio indiano. Se vi sono manifestazioni concomitanti, spedirne alcuni da una parte ed altri dall’altra.

8. Organizzare le elezioni primarie. Dividersi e litigare sulla data, sul ruolo e la natura degli organismi da eleggere, sulle regole per eleggerli. Fare in modo di eleggere un organismo agile, di non meno di 1800 componenti, con una scheda elettorale grande come un lenzuolo che possa essere messa alla berlina sui giornali della destra.

9. Scatenare una sorda lotta per la leadership, con colpi bassi e manovre di corridoio, ma senza dichiarare che ci si candida e con quali progetti. Evitare in tutti i modi una competizione chiara, comprensibile, trasparente e in cui a decidere siano gli elettori

10. Straparlare, farsi intervistare, litigare, lanciare degli ultimatum. Privilegiare l’interesse personale, di corrente, di partito su quello generale. Fare insomma di tutto perché i milioni di persone che credono sinceramente in questo progetto e vorrebbero farne parte e trasformarlo in un evento storico finiscano per esserne profondamente e definitivamente disgustate.

non ho nessun commento da fare…è incommentebile…di una chiarezza assoluta

manuale per scalare la montagna

7 Giugno 2007 2 commenti

MANUALE PER SCALARE LA MONTAGNA

A) Scegli la montagna che vuoi scalare.
nn lasciarti guidare dai commenti degli altri come “quella è più bella” o ” quella è più facile”. Sprecherai tempo ed energia per raggiungere il tuo obiettivo, quindi ne sei l’unico responsabile, e devi essere sicuro di ciò che fai.

B) Sappi come affrontarla.
Molte volte , la montagna, ossservata da lontano, è bella, interessante, piena di sfide. Ma, qunado tenti di avvicinarti, che cosa succede? E? circondata da strade, delle foreste si stendono tra te e il tuo obiettivo, quello che sulla mappa sembra chiaro risulta difficile comprensione sul campo. Pertanto, prova tutte le strade, i sentieri, finchè un giorno non ti troverai di fronte alla vetta che vuoi raggiungere

C) IMpara da chi è già passato da lì.
Per quanto tu ti ritenga unico, c’è sempre qualcuno che ha avuto il tuo stesso sogno prima di te, e a finito con il lasciare tracce che possono rendere più facile l’impresa; appigli per la corda, passaggi nella vegetazione, rami spezzati per agevolare la marcia. L’escursione è la tua, così cme la responsabilità, ma non dimenticarti che l’esperienza altrui aiuta molto.

D) I pericoli, visti da vicino, sono gestibili.
Quando cominci a scalare la montagna dei tuoi sogni, osserva i dintorni. Ci sono dei precipizi, è ovvio.Ci sono crepacci quasi invisili. Ci sono rocce talmente levigate dalle intemperie da essere scivolose come ghiaccio. Ma se saprai dove mettere i piedi, ti accorgerai delle insidie, e saprai aggirarle.

E) Il paesaggio muta, quindi approfittane.
Naturalmente bisogna avere un obiettivo in testa, arrivare alla cima.Ma man mano che sali, puoi vedere più cose, e non ti costa niente fermarti di quando in quando a goderti il panoramam cricostante. A ogni mentro conquistato, puoi vedere un pò più lontano, e approfittare di questo per scoprire cose di cui ancora non ti eri accorto.

F) Rispetta il tuo corpo.
Riesce a scalare una montagna solo chi presta al corpo l’attenzione che merita.Tu hai tutto il tempo che la vita ti concede, pertanto cammnina senza pretendere ciò che non può essere dato. Se andrai troppo di fretta, ti sfinirai e desisterai a metà dell’opera. Se andrai molto piano, la notte potrebbe sopraggiungere e ti troverai sperduto. Goditi il paesaggio, approfitta della fresca acqua delle sorgenti e dei frutti che la natura generosamente ti dona, ma continua a camminare.

G)Rispetta la tua anima.
non inuara a ripetere “ce la farò”. La tua anima già lo sa, quello di cui ha bisogna è utilizzare la lunga passeggiata per poter crescere, espandersi, raggiungere il cielo. Un’ossessione non è di nessun aiuto alla conquista del tuo obiettivo, e finisce per rovinare il piacere della scalata .Ma attenzione:nemmeno devi ripeterti ” è più difficile di quanto pensassi” , perchè ciò ti farà perdere la forza interiore.

H) Preparati a percorrere un chilometro in più.
La strada fino alla cima della montagna è sempre più lunga di quello che pensi. Non illuderti, arriverà il momento in cui ciò che sembrava vicino sarà ancora molto lontano. Ma poichè sei preparato ad andare avanmti, questo non costituirà un problema.

I) Rallegrati quando raggiungi la vetta.
Piangi, batti le mani, grida ai quattro venti ciò che sei riuscito a fare, lascia che il vento lassù in cima( perchè lassù è sempre ventoso) ti purifichi la mente, rinfreschi tuoi piedi sudati e stanchi, apra i tuoi occhi, tolga la polvere dal tuo cuore. Che bello, ciò che prima era soltanto un sogno, un miraggio distante, ora è parte della tua vita, ce l’hai fatta.

L)Fai una promessa.
Approfitta del fatto che hai scoperto una forza di cui non sopsettavi nemmeno l’esistenza e dì a te stesso che a partire da adesso lauserai per il resto dei tuoi sogni. Prometti anche di scoprire un’altra montagna, e di partire per un’altra avventura.

M) Racconta la tua storia.
Proprio così, racconta la tu astoria. Dai il tuo esempio. Diì a tutti che è possibile, e allora altre persone avranno il coraggio di affrontare le proprie montagne.
PABLO COELHO

Ho bisogno di politici così

4 Giugno 2007 1 commento

Enrico Berlinguer

Discorso ai Giovani
Enrico Berlinguer – Milano, 1982

Bisogna riflettere su alcune caratteristiche peculiari dell’epoca in cui viviamo e pensare ai problemi che cominciano a porsi come decisivi per i prossimi due decenni fino e oltre il duemila; nel periodo cioè in cui vivranno e raggiungeranno la maturità i giovani di oggi. A questa soglia dello sviluppo storico si presentano probleni non solo del tutto nuovi, cosa che è accaduta in varie epoche del cammino dell’umanità, ma di portata tale da generare possibilità e pericoli straordinari e sin qui impensati e impensabili.
Dobbiamo innanzitutto al progresso continuo delle scienze sperimentali le possibilità davvero inaudite e straordinarie che si aprono per migliorare la vita del genere umano.

La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica
La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica è sotto i nostri occhi, fa già parte delle nostre esistenze e per i giovani di oggi costituisce, ormai, quasi una condizione naturale e scontata. Ma proprio perciò occorre riflettere bene intorno alle occasioni offerte dalla scienza per non smarrirne il significato e la portata, per cogliere bene quali prospettive positive possono essere aperte e quanto gravi siano, di contro, le limitazioni, le contraddizioni, i rischi generati dai vincoli sociali e politici e da un uso distorto delle scienze e delle tecniche. Mai come oggi la conoscenza della costituzione della materia inanimata e vivente è giunta sino ad individuare molti dei meccanismi più remoti del mondo fisico, dei processi chimici, degli svolgimenti biologici. La ricerca pura ha aperto il campo a progressi e a veri e propri salti di qualità nelle applicazioni tecnico-pratiche. Emergono sopra ogni altra, in questi anni, le possibilità offerte dalla elettronica – e poi dalla microelettronica – nel campo delle comunicazioni, delle informazioni, dell’organizzazione del lavoro nella fabbrica e nell’ufficio e nel campo stesso della vita individuale e della vita associata.

Nuove risorse d’energia sono state scoperte ed esse sono tali da poter annullare nel futuro l’incubo della fine delle risorse non riproducibili. Sono stati inventati modi nuovi di trarre energia da risorse riprodotte, a cominciare dall’energia solare.

Anche la disponibilità di altre materie prime e di alimenti può trovare nuove possibilità in ricerche in atto e in altre che potrebbero essere avviate per utilizzare pienamente e razionalmente le risorse del suolo, del sottosuolo, dei mari e degli spazi.

E’ pienamente vero quello che è stato detto nella relazione di Fumagalli, e cioè che, vi sarebbero le condizioni, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e tecniche, per iniziare a passare dal regno della necessità a quello della libertà. Se volessimo davvero fare una gara sui temi di chi abbia avuto storicamente ragione, dovremmo dire che la storia ha dato proprio ragione a chi ha tenuto fede alla speranza indicata dal Manifesto dei comunisti, alla speranza – cioè – che avrebbe potuto venire un tempo in cui sarebbe stato possibile all’uomo di dominare la natura e «l’azione propria dell’uomo» invece di essere da questa sovrastato e soggiogato (Marx).

Ma non vi è soltanto il progresso tecnico-scientifico.

La storia di questo secolo
Se noi volgiamo lo sguardo alla storia di questo secolo – che conclude il secondo millennio della forma di incivilimento cui apparteniamo – scorgiamo straordinari progressi nella coscienza dei popoli e delle persone umane che li compongono. Vi è stato, innanzitutto, un risveglio da forme di soggezione secolare, di esclusione, di avvilimento della parte più grande del genere umano. Pensiamo a quello che era all’inizio del secolo la condizione dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina ma anche di tanta parte del proletariato e dei lavoratori nell’Europa e nell’America settentrionale, per avere l’idea del rivolgimento radicale che si è venuto attuando. Un rivolgimento peraltro, che non è stato il portato meccanico delle trasformazioni scientifiche e tecnologiche. Queste trasformazioni hanno generato condizioni nuove, ma vi sono state guerre, ci sono volute rivoluzioni, lotte, sofferenze e sacrifici inauditi per arrivare là dove siamo arrivati.

Il processo di liberazione dei popoli si è fondato sopra il risveglio delle coscienze individuali di centinaia di milioni, di miliardi di uomini. La partecipazione alla lotta non solo accende gli animi, ma li dispone alla conoscenza, rendendoli protagonisti attivi di un processo di mutazione. Non per caso la volontà dei conservatori e dei reazionari di ogni latitudine e di ogni stampo, è innanzitutto quella di tenere, o di rendere, passivi e conformisti le donne e gli uomini, ma innanzitutto le giovani generazioni.

Insieme alle conoscenze generate dalla presenza nel generale moto di innovazione e di lotta, a determinare una modificazione delle coscienze, non mai così estesa e così rapida, è venuto uno straordinario aumento della informazione che, pur dando vita anche a forme nuove e più sofisticate di manipolazione delle coscienze, ha spezzato isolamenti e chiusure talora antichissime e ha determinato per la prima volta nella storia del mondo un autentica contemporaneità degli eventi.

Ridiscussi i ruoli dell’uomo e della donna
Da tutto questo è derivata anche la possibilità di ripensare i fondamenti più profondi del nostro vivere in società, sino alla ridiscussione dei ruoli storicamente assegnati agli uomini e alle donne.

Siamo oggi, con lo svolgimento dei nuovi movimenti femminili e femministici, all’inizio – un inizio certo contrastato e pieno anche di intime contraddizioni – di un mutamento nelle coscienze delle donne destinato alle conseguenze più grandi. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che il ripensamento della condizione secolarmente fatta alle donne, lo sviluppo del loro movimento di liberazione e il superamento dei limiti della concezione puramente emancipatrice – che consisteva nel proporre alle donne l’imitazione del modello maschile – tutto questo porta con sé una riconsiderazione generale della società, dei modi stessi della sua trasformazione, e della politica.

Siamo dunque di fronte ad un balzo in avanti straordinariamente grande nella storia umana e al dischiudersi di potenzialità sin qui sconosciute o solo vagamente immaginate. Ma guai a non vedere che, nello stesso tempo, si aprono dinnanzi all’umanità potenzialità negative anch’esse mai prima esistite.

Il sorgere della questione ecologica
Il primo e più drammatico pericolo è costituito dalla possibilità di giungere ad una guerra di distruzione totale. Per quanto rovinose e sterminatrici siano state le guerre del passato, in particolare quelle di questo secolo, mai si era profilata la possibilità di un evento bellico tale da porre fine a ogni forma di sopravvivenza dell’uomo su questa terra.

Contemporaneamente, l’uso irragionevole delle nuove tecniche e uno sviluppo quantitativo imponente, ma incontrollato ha già determinato non solo la possibilità, ma la minaccia concreta di rovine ecologiche gravissime e irreparabili. L’allarme lanciato da alcuni tra i maggiori studiosi contemporanei avverte sull’esistenza di danni crescenti per le acque – i fiumi, i laghi, i mari – e per l’aria che respiriamo, per l’atmosfera e per la troposfera che circonda la Terra. E’ già vi sono, purtroppo, i segni concreti e pratici di potenzialità distruttive inaudite in processi apparentemente innocui o protetti: qui, a pochi chilometri da Milano vi fu il caso di Seveso, dove la diossina fece deserto; altrove sono stati i difetti di centrali elettro-atomiche e in ogni parte si avvertono le conseguenze sulla natura e sugli uomini dell’inquinamento crescente.

Grava poi sulla umanità l’incubo della insufficienza delle risorse alimentari dinnanzi ad una espansione demografica senza precedenti, mentre immense risorse vengono dissennatamente dilapidate e mentre lo spreco dilaga nei Paesi ricchi. Cresce così il divario tra il Sud e il Nord del mondo: un divario intollerabile per ragioni di giustizia e foriero, se non avviato a essere superato, di esplosioni di imprevedibile portata.

La disoccupazione dato strutturale
E tuttavia anche nei paesi ricchi, anche negli Stati Uniti, la povertà, quella vecchia e quella nuova, non è stata vinta e la disoccupazione o la inoccupazione, e l’emarginazione, colpiscono una quota crescente di popolazione, innanzitutto di popolazione giovanile. Nei paesi della Comunità europea occidentale e negli Stati Uniti si sfioreranno questo anno i venti milioni di disoccupati. La inoccupazione giovanile è divenuta un fatto endemico e strutturale, con conseguenze umane gravissime: un frutto dovuto cioè non all’andamento del ciclo economico, che può solo ridurlo o aumentarlo di poco, ma alle caratteristiche di processi produttivi e di innovazioni tecnologiche guidati dalla legge del massimo profitto.

Si esercitano sulle nuove generazioni fino dalla prima adolescenza, sollecitazioni crescenti per il consumo, e in particolare per nuovi consumi individuali. Si aumenta costantemente il loro patrimonio di informazione, ma contemporaneamente non si riesce ad assicurare ai giovani un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro. Di qui nasce una condizione che non è certo più quella, almeno nella maggior parte dei casi, dell’estrema indigenza, (com’era ancora nell’Italia che usciva dal fascismo), ma è sicuramente una condizione di frustrazione profonda, causa non certo unica, ma non ultima di tante forme di sbandamento.

Dinnanzi a minacce e pericoli non mancano e anzi sono ampie e forti le risposte positive tra le vecchie e le nuove generazioni. E tuttavia non si può mancar di vedere le forme molteplici di incattivimento di modelli di violenza, di sopraffazione, di arbitrio, sino alle forme degenerative estreme del terrorismo, della mafia, della camorra e dei regimi repressivi di massa in tanti paesi del mondo.

In difesa della democrazia
Vi è anche chi teorizza che fenomeni come quelli del dilagare crescente nel consumo della droga pesante oppure dell’estendersi della criminalità organizzata, sarebbero uno scotto inevitabile per sistemi democratici, dove sono garantite le libertà dei cittadini. Noi non lo crediamo. Noi pensiamo piuttosto che nel presentarsi di questi mali si manifesti non una inevitabile conseguenza dei sistemi democratici, ma piuttosto una loro degenerazione profonda: una degenerazione dovuta alla contraddizione sempre maggiore tra il carattere sociale della produzione e le forme della conduzione economica, tra le motivazioni egoistiche sostenute come molla della società capitalistica e il bisogno crescente di solidarietà e di reciproca comprensione umana, tra il permanere di zone vastissime di vecchia e nuova emarginazione e la sfacciata opulenza, tra le prediche moraleggianti e i pessimi esempi pratici dati proprio da molti di coloro che dovrebbero fornire il buon esempio.

Non è dunque il sistema delle libertà democratiche che determina i guasti e le contraddizioni della società in cui viviamo, ma la incapacità di saldare libertà, giustizia ed efficienza.

Per il futuro dell’umanità
Di fronte a questi problemi che caratterizzano la nostra epoca, sorgono dei quesiti urgenti. Quanti nel mondo – e come – pensano davvero a problemi di questa natura, muovendo da un’analisi oggettiva e da una visione che abbia al suo centro la preoccupazione per il futuro dell’umanità?

E che cosa si può e si deve fare perché prevalgano le alternative positive, quelle che vanno in direzione della difesa della vita e della pace e della affermazione della giustizia nei rapporti tra i popoli e all’interno delle nazioni?

Dobbiamo innanzitutto alla parte più umanamente sensibile del mondo scientifico italiano e internazionale non solo l’avvertenza dei pericoli gravi che l’umanità attraversa, ma anche i primi rilevanti tentativi di indicare ai popoli e agli Stati le possibili risposte.

Ma non sono molti nel mondo i dirigenti politici, dei Governi, dei partiti e di altri organismi sociali e politici che si sono dimostrati capaci di pensare a questi problemi in modo non troppo vincolato da puri e ristretti calcoli di Stato, di partito, di gruppo, di difesa o affermazione di ristretti interessi.

Ciò mi sembra vero particolarmente in Italia. Non c’è bisogno di ripetere per la ennesima volta che noi siamo rispettosi di tutte le forze politiche democratiche e che non vogliamo dare lezioni a nessuno: però non è possibile non avvertire in molti episodi della lotta politica interna alle forze del Governo una ristrettezza di orizzonte e, talora, un precipitare attorno a non nobili contese di interessa di parte, per le quali si infiammano gli animi e si misurano i muscoli e le cosiddette «grinte» (sulle quali ha scritto un bell’articolo il compagno De Martino).

Vi è insomma una preoccupante diminuzione del tasso di saggezza nei reggitori del nostro Paese e, per quanto si vede, nel mondo intero. Conforta, va però detto, che sta crescendo il numero di esponenti politici che cominciano a porsi e a porre alcuni dei problemi che ho ricordato in tutta la loro drammaticità. Basta pensare, per quanto riguarda il problema Nord-Sud, alle analisi e alle denuncie di Fidel Castro e di Willy Brandt.

Vi sono inoltre organismi internazionali, istituzioni e associazioni religiose (la Chiesa cattolica, le altre chiese cristiane) che hanno lanciato allarmi, rivolto moniti e in molti casi promosso iniziative.

Fra le forze che pensano ai massimi problemi cui ho accennato c’è il Partito comunista italiano. Abbiamo molti difetti, ma non quello di sfuggire all’analisi e al confronto con la realtà del mondo di oggi, di non sforzarci di comprenderla in tutta la sua portata e di non cercare di elaborare nostre proposte, di sviluppare iniziative, di stabilire contatti e intese con tutte le forze che possono e devono essere interessate a far marciare le cose nella direzione giusta.

Per un nuovo socialismo
Tutto ciò ha gettato i comunisti italiani in una impresa e in una lotta quanto mai ardua e tale da esporli a incomprensioni e polemiche, tanto da parte di correnti dogmatiche e conservatrici quanto da parte di correnti opportunistiche e di adagiamento. Impresa e lotta ardue, ma piene di fascino.

Non è cosa diversa o separabile da questa nostra ricerca la nostra iniziativa per una concezione e realtà del socialismo, quello che voi giovani comunisti avete chiamato giustamente un “socialismo nuovo”.

L’esigenza di una concezione e di una strada originali non deriva unicamente dalla constatazione di insufficiente e limiti altrui (dei modelli di tipo sovietico e delle esperienze socialdemocratiche), ma anche e innanzitutto dai problemi posti dall’età che stiamo vivendo, dai processi di trasformazione materiale, dalla esistenza di contraddizioni profonde, non prima conosciute.

Noi riscopriamo proprio così l’esigenza del socialismo inteso come sforzo per una direzione consapevole e democratica dei procesi economici e sociali, fondata sulla difesa e la pienezza di tutte le libertà. Ci si risponde che il socialismo come lo pensiamo noi non esiste e che quindi si tratta di una parola vuota. Qunado iniziarono le prime rivoluzioni liberali le Costituzioni democratiche non esistevano, ma non per questo parole come Democrazia e Costituzione erano parole vuote.

Socialismo e democrazia
Se tutte le parole che esprimono nuovi bisogni per la società fossero state considerate superflue, la storia propriamente umana non sarebbe neppure cominciata. E’ del resto del tutto falso che la parola socialismo non sia venuta già esprimendo valori universali, così come la parola democrazia. Nella idea socialista è compresa come essenziale la necessità di forme consapevoli di direzione del processo economico al fine di garantirne un equilibrato sviluppo e una maggiore giustizia sociale. Il fatto che molte esperienze siano state manchevoli od erronee non elimina il valore di queste esigenze. Non elimina cioè il fatto – già segnalato politicamente da Togliatti nel memoriale di Yalta – che la necessità di forme programmate di intervento pubblico nella economia non può più essere in nessuna parte del mondo negata, neppure nei sistemi capitalistici, così come non si può disconoscere il bisogno di una più ampia giustizia sociale. La discussione sarà ed è sul rapporto tra programmazione e mercato, tra spinta alla eguaglianza e bisogno di differenze: ma questa è già una discussione che implica l’idea della trasformazione sociale. Ecco perché noi non pensiamo che possa essere definito moderno chi mette in parentesi la parola socialismo oppure dichiara la santa crociata contro di essa. E’ vero perfettamente il contrario: è vero cioè che l’idea socialista e comunista continua ad essere la giovinezza del mondo.

Ciò che si è venuto logorando sono molte delle esperienze concrete che dimostrano i limiti, non solo pratici, di concezioni, di posizioni maturate molto tempo fa, all’inizio del secolo. Per questo il nostro partito si sforza di ammonire contro un uso dogmatico dei maestri del pensiero, e dunque anche dei maestri del pensiero socialista.

Ciò non significa affatto sottovalutare i risultati straordinari che hanno avuto la prima predicazione socialista, e poi il passaggio dal desiderio e dal sogno di una società nuova sino allo studio scientifico, con Marx, della struttura capitalistica della società del suo tempo. E’ da tutto questo che è emersa la prima rivoluzione socialista, quella dell’Ottobre russo, le cui idealità e il cui valore stanno scritti nella storia del nostro tempo. Quella prima rottura innescò un processo storico nuovo, un processo che per grande tempo fu portatore di grandi conquiste e di straordinarie conseguenze nell’aprire una fase nuova di lotte per l’emancipazione nazionale e sociale.

Una fase nuova
Oggi siamo in una fase nuova e diversa dello sviluppo della lotta per il socialismo. Non da ora, certo, i comunisti italiani hanno considerato superato il mito dei paesi di tipo sovietico, mito che pure si costruì non a caso e che aiutò altre generazioni comuniste a far fronte con onore ai propri doveri, mentre molti altri (anche se non tutti) crollavano. Tuttavia questo processo si è ora completato.

Quei modelli di società e di Stato non solo – e da tempo – li giudichiamo non trasferibili in paesi come il nostro. Si viene rivelando la necessità che anche in quei paesi siano attuate riforme economiche e politiche che invertano i processi di stagnazione e di involuzione in atto in diversi di essi, processi che non possono certo essere arrestati, con misure repressive gravi, come quelle adottate dai militari in Polonia. Noi non pensiamo che si possa giungere a realizzare e a difendere trasformazioni di tipo socialistico nelle società e negli stati senza difficoltà, senza fatiche, senza contrasti e lotte. Ma vi è solo una strada giusta per affrontare e superare ogni ostacolo: appoggiarsi sul consenso e sulla partecipazione della classe operaia, dei lavoratori e del popolo. La necessità del socialismo e di un movimento per il socialismo riprende dunque forza come espressione delle condizioni oggettive, materiali, del mondo di oggi e dei bisogni che l’uomo di oggi chiede siano soddisfatti.

Al tempo stesso questa esigenza nasce da una opzione etica.

Scegliere contro l’ingiustizia
Se non si vuole che la giustizia prevalga sull’ingiustizia, non si giunge alla scelta del socialismo, e di un socialismo nuovo. Chi si rassegna all’ingiustizia, o l’accetta, o peggio la vuole perché ne trae un vantaggio, compie altre scelte.

Questo non vuol dire, ovviamente, che solo chi sceglie l’obiettivo del socialismo può operare per la giustizia, per la pace, per la salvezza e il progresso dell’umanità. Non è così. Vi è anzi un’altra grande necessità che oggi riprende vigore: quella di un incontro e di una collaborazione tra tutte le forze che, muovendo dalle ispirazioni più diverse, sanno, vogliono, possono farsi interpreti di questi bisogni nuovi degli uomini di oggi, di un incontro e di una collaborazione che riconoscano, rispettino ed esaltino il contributo e i valori di cui ognuno è portatore, in uno sforzo incessante di reciproca comprensione e di comune arricchimento. Vi è qui l’altro dato di fondo, peculiare e insostenibile, della nostra concezione e della nostra politica.

Il problema che dobbiamo porre a noi stessi e a tutti è come si possono affrontare contraddizioni che rasentano ormai l’assurdità – tra abissi di miseria e culmini di ricchezza, tra spreco degli armamenti e bisogni elementari insoddisfatti, tra potenzialità del sapere e meschinità della conduzione politica senza porsi l’obiettivo di una trasformazione degli attuali sistemi di rapporti tra gli uomini e di una guida più razionale e più democratica dei processi economici e sociali sul piano nazionale, europeo e mondiale.

Quale lotta

Che cosa possiamo fare, come partito e come Fgci, per soddisfare queste esigenza ormai vitali per gli uomini e le donne che abitano il nostro Paese, il nostro continente e il nostro pianeta, sventando i pericoli di eventi catastrofici e di intollerabili dominazioni reazionarie? Per prima cosa bisogna avere delle idee-forza: la difesa della pace e il disarmo sono una di esse, così come lo è il “nuovo socialismo”, così come lo è il nuovo ordine economico internazionale.

In secondo luogo dovremmo lavorare per prendere e dare consapevolezza piena delle contraddizioni nuove del tempo nostro. Far conoscere a tutti che cosa comporta la continuazione della corsa al riarmo, quali sarebbero le conseguenze di una guerra combattuta con le armi atomiche e nucleari. E diffondere i risultati degli studi più recenti sui problemi del rapporto tra risorse e popolazione, tra sviluppo e ambiente e così via. Non è molto che scienziati, istituzioni e anche esponenti politici hanno cominciato a studiare questi temi tipici del nostro tempo e che domineranno i prossimi due decenni.

Si è cominciato, praticamente, a parlarne all’inizio degli anni ’70: prima, e acnora per tutti gli anni ’60, imperava il vacuo ottimiso del progresso incessante, del benessere che si sarebbe via via diffuso a tutta la popolazione e a tutte le nazioni. Ma negli ultimi anni, nel corso dei quali la realtà ha richiamato la necessità di una visione più lucida del futuro del mondo, un notevole patrimonio di studi si è già accumulato. Esso non è però ancora sufficientemente conosciuto e discusso da grandi masse.

A questo proposito avanzo una proposta concreta da realizzare in un tempo ragionevolmente breve: organizzare, come partito e come Fgci, un Congresso di fururologia, che si svolga sulla base di relazioni e comunicazioni di scienziati e di esponenti delle più varie discipline (scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, militari, economiche, sociali, informatiche, mediche, ecc.); e portare poi i risultati delle informazioni, valutazioni e proposte, che saranno fatte in tale Congresso alla conoscenza e alla discussione tra i giovani.

La terza cosa da fare, la più importante, è quella di proseguire nello sforzo già in atto per sviluppare tutti quei movimenti che si fondino sulle contraddizioni aperte, indichino soluzioni possibili, suggeriscano risultati concreti lungo una via di trasformazione e contribuiscano nel tempo stesso a migliorare e arricchire noi stessi nel nostro rapporto con gli altri.

Quando il movimento operaio muoveva i primi passi oltre un secolo fa, erano le minute rivendicazioni economiche che dovevano avere il primo posto. La grande battaglia unificante, che divenne internazionale, fu per le otto ore. Se non si fosse partiti di lì non si sarebbero certo potute costruire le leghe, i sindacati, il partito politico.

Oggi quel problema si ripresenta. E torna prepotentemente di attualità, se si vuole affrontare il tema della disoccupazione nei suoi aspetti strutturali, la esigenza di una grande battaglia internazionale per la riduzione dell’orario di lavoro. E’ stato giusto che questo congresso abbia levato su questo tema una richiesta anche nei confronti dei sindacati.

La qualità dello sviluppo
La piaga della disoccupazione giovanile richiede grandi iniziative anche a livello europeo e una nuova politica nazionale che tenda a modificare la collocazione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Ma – dunque – la battaglia per il lavoro chiede anch’essa specificazioni di qualità: riguardanti il tipo di sviluppo che è necessario e utile perseguire. Quanto sarà possibile sostenere una espansione fondata essenzialmente su produzioni, come dicono gli economisti, “mature” e cioè all’avanguardia, sul lavoro sommerso, sul permanere di una dipendenza fortissima nella ricerca e nei brevetti?

Ecco il bisogno economico di misurarsi con la qualità dello sviluppo. Contemporaneamente, si tratta di un bisogno non soltanto economico. La necessità di vivere in città meno alienanti e disumane, di salvare la natura e i beni culturali, di avere una vita culturale più ricca e piena, di andare ad una scuola il cui insegnamento sia qualificato; tutto questo viene diventando necessità primaria, come erano una volta, le necessità di sussistenza.

Ecco perché il movimento ecologico, nei suoi differenziati aspetti, la volontà di impegno culturale, lo stesso desiderio di partecipazione attiva al miglioramento della scuola hanno acquistato un rilievo così grande. Si esprime anche in questo modo una coscienza critica verso la società in cui viviamo.

Ed ecco perché noi non possiamo pensare di chiamare i giovani alla politica secondo vecchi contenuti e vecchie forme. Come portare la grande maggioranza dei giovani alla consapevoleza piena della realtà e alla possibilità di affrontarla alla luce della ragione. La ideologia della fine delle ideologie è essa stessa una forma di falsa coscienza e cioè una ideologia nel senso marxianamente peggiore della parola. Vi è una pressione forte per un allontanamento di giovani dalla politica.

Giovani generazioni e politica
La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appanaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia.

Non è mai stato facile essere comunisti. L’assassinio di compagni Pio La Torre e Rosario Di Salvo sono la prova più recente che non è neppure mai finito il tempo in cui bisogna testimoniare persino con il sacrificio estremo la propria fedeltà alle grandi idee per cui tanti dei nostri compagni sono caduti. Ma vi sono oggi difficoltà anche meno aspre e più impalpabili, date dal fatto che i problemi si presentano in forma diversa e più complessa che per il passato, perché le contraddizioni medesime della società tendono ad essere non più solo quantitative ma a riguardare la qualità dello sviluppo, della vita, del modo di esser donne e uomini, del rapporto tra individuo e individuo, tra individuo e società.

Alla crisi delle vecchie forme della politica già corrisponde, se sappiamo vederlo, il nascere di forme nuove di impegno. E queste nuove forme non derivano soltanto dal fatto che molti partiti siano in crisi e altri, compreso il nostro, sentano difficoltà, ma derica dal fatto che avanzano, assieme a questioni nuove, nuove sensibilità.

Vi è, per esempio, un bisogno più grande che per il passato di veder pienamente utilizzato il proprio tempo e il proprio contributo. Non possiamo perciò rammaricarci se tanta attività dei partiti, effettivamente ripetitiva, non viene seguita. Ma vi è anche più informazione, più spirito critico, più avvertita vigilanza contro i luoghi comuni, e le frasi fatte. Ecco perché certo vecchio modo di fare politica oramai respinge nel mentre si sviluppa una spinta grande all’associazionismo, a forme nuove di aggregazione, a nuovi interessi. Nella ripresa di tante forme di associazionismo cattolico non vi è soltanto, il bisogno di certezze che una fede può dare, vi è anche un grande e attivo impegno operativo intorno a tante cause positive. Le Chiese sospingono all’impegno nella società e da ciò deriva una religiosità che non è fuga dal mondo, ma opere e fatti.

Di qui sono venuti e possono venire contributi di notevole rilievo: innanzitutto al movimento per la pace. Talora, ciò si accompagna a spinte integraliste ma, quali che ne siano le motivazioni, bisogna essere attenti alle finalità concrete che vengono perseguite e vedere quali sono i possibili obiettivi consumi. Occorre non confondere mai la necessaria lotta contro il sistema di potere democristiano – sistema di potere che, con buona pace dell’attuale segretario della Dc, continua ad essere una pesante realtà e non una invenzione dei comunisti – e la necessità di intendere la complessità delle spinte presenti nell’area cattolica.

Noi non ci lasceremo impressionare dalla campagna pretestuosa in base alla quale ogni attenzione nostra verso la realtà cattolica viene presentata come ricerca di una intesa tra Dc e Pci. Si tratta di propaganda. Al tempo della solidarietà nazionale noi fummo sempre con i compagni socialisti dapprima nell’astensionismo, poi nel breve periodo della maggioranza. Non siamo certamente noi che abiamo praticato la linea della divisione a sinistra e della intesa separata con la Dc.

Abbiamo dichiarato e ripetiamo, comunque, che quell’esperienza politica è per noi conclusa.

La nostra prospettiva è quella di un’alternativa democrativa al sistema di potere dominato dalla Dc. E’ ed è in questo quadro che si colloca la nostra ricerca di uno sviluppo del rapporto unitario prima di tutto con il Psi.

Ma guai se, per timore di una propaganda malevola, noi dismettessimo la nostra attenzione verso il mondo cattolico. Proprio la piena conquista di una laicità storicamente costruita ci consente questa capacità continua di distinzione: volta a cercare di interpretare, nel campo che è proprio del partito politico, i bisogni del tempo, da chiunque essi vengono espressi. Non ci sfugge, quindi, che viene anche dal campo cattolico un bisogno di fare, di agire che corrisponde alla necessità effettiva di vedere almeno alleviati molti dei problemi assillanti di tanta parte della popolazione. E’ ciò che si chiama il «volontariato». Il volontariato non è soltanto cattolico. Alle radici stesse del movimento operaio c’è il moto della solidarietà reciproca; l’originario costituirsi (prima delle leghe, prima del partito) di associazioni di mutuo aiuto, di reciproco sostegno.

In molte organizzazioni del volontariato, in ogni campo, credenti e non credenti lavorano insieme e anche quando le organizzazioni sono distinte e le aspirazioni ideali diverse, sovente le finalità di solidarietà umana comuni. E abbiamo visto proprio nei giorni scorsi, in una riunione nazionale, quante e quanto valide siano le forze nostre impegnate nelle associazioni volontarie.

Lo sviluppo nuovo e impetuoso di queste antiche e nuove forme di aggregazione ci insegna tante cose: non certo che si può fare a meno delle lotte (fra le quali oggi hanno portata decisiva quella per respingere l’offensiva della Confindustria). Né si può fare a meno dello Stato o della mano pubblica – come qualche teorico, anche di parte cattolica, suggerisce – ma certo che bisogna prendere posizione contro lo statalismo burocratico, che bisogna essere capaci di vedere le risorse autonome della società e saperle valorizzare in un dialogo continuo tra istituzioni democratiche e sollecitazioni che vengono direttamente dalla società.

Lo sviluppo dell’associazionismo e del volontariato indica che non basta partecipare, bisogna poter contare veramente, bisogna fare, bisogna contribuire a risolvere questioni reali. «Democrazia» deve congiungersi con efficienza e «libertà», deve divenire responsabilità e liberazione…

Milano 1982

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fermiamoci a guardare chi è rimasto indietro

17 Maggio 2007 2 commenti

noi corriamo, anzi rincorriamo, ma cosa? bo
fermiamoci a guardare oltre vedremo l’immensità del mondo, e ci accorgeremo della nostra nullità…….
fermiamoci a guardare chi è rimasto indietro ed aiutiamolo a raggiungerci
mentre il mondo gira freneticamente, e noi stiamo a costrurci progetti, a dare pane alla nostra ambizione, non ci accorgiamo che il mondo continua e continuerà a correre cmq anche senza di noi.
Basta facciamo un gesto di concretezza e non voliamo sempre nell’irrealtà

ho aderito al richiamo di ulzana66

………a volte ti accorgi della nullità delle parole, delle incazzature, dei progetti ed ambizioni di fronte a tanta grandezza……..

ciao Riccardo…

abbiamo un gran potere …usiamolo

3 Aprile 2007 6 commenti

finalmente sn state tolte i costi di ricarica, una ” tassa ” pagata ai privati che gravava maggiormente sui i ceti più bassi e sui i giovani, perchè non potevano permettersi una tariffa fissa o ricariche più sostanzione!
E invece di plaudire a questa cosa, tutti si scagliano contro a Bersani.
Prima la Destra che non vota il decreto, dicendo che non sn queste le liberalizzazione che aspetta il Paese, discorso senza senso, è vero che abbiamo bisogno di cambiamenti più profondi, ma non vuol dire che i piccolo passi vadano evitati!
Poi ultmamente staq nascendo una polemica perchè la WIND ha aumentato la tariffa ai suoi clienti,ed invece di prendersela con la Wind la gente da la colpa a bersani ,ma che ragionamento contoro è questo.
NOI ABBIAMO UN POTERE ENORME, SE MOLTI CLIENTI ABBANDONASSERO LA WIND(entro 30 giorni dalla comunicazione del cambiamento di tariffa siete liberissimi di farlo, e ci sn molte offerte per passare ad altri operatori)UN RISULTATO SICURAMENTE SI AVVREBBE.

NOI POSSIAMO SCELGIERE, IL GOVERNO DEVE SOLO AIUTARE LA CONCORRENZA, E CREDO CEH QUESTO PROVVEDIMENTO VADA VERSO QUESTA DIREZIONE

la miglior pubblicità progresso

13 Marzo 2007 1 commento


alla fine di questo filmato della grandiosa Littizzetto(fatto domenica alla trasmissione “che tempo che fa”)…c’è un uan meravigliosa ed efficace pubblicità progresso per sconfriggere gli incidenti stradalima cmq guardate tutto il video anche le altre cose che dice …sn ” pubblicità progresso”

a questo indirizzo

http://www.chetempochefa.rai.it/TE_videoteca/1,10916,1075849,00.html#Scena_1

Sanremo …sociale

4 Marzo 2007 4 commenti


Per la prima volta da anni mi trovo perfettamente daccordo con la premiazione di Sanremo.
Sono state premiate le due canzoni più orecchiabili e con un testo dal contenuto forte e sociale(e infatti entrambi hanno vinto il premio della critica).
E credo potranno avere anche un successo nelle vendite, cosi potranno portare i loro messaggi tra la gente.
Nel post precedente ho riportato il testo di Moro ” pensa”.
adesso quello di Cristicchi “ti regalerò una rosa”

Ti regalerò una rosa

Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sono matto
Sono nato nel ?54 e vivo qui da quando ero bambino
Credevo di parlare col demonio
Così mi hanno chiuso quarant?anni dentro a un manicomio
Ti scrivo questa lettera perché non so parlare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E mi stupisco se provo ancora un?emozione
Ma la colpa è della mano che non smette di tremare

Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L?accordo dissonante di un?orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio? misurate le distanze
E guardate tra me e voi? chi è più pericoloso?

Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto
Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro
Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi
Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi
Dei miei ricordi sarai l?ultimo a sfumare
Eri come un angelo legato ad un termosifone
Nonostante tutto io ti aspetto ancora
E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

Mi chiamo Antonio e sto sul tetto
Cara Margherita son vent?anni che ti aspetto
I matti siamo noi quando nessuno ci capisce
Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce
Ti lascio questa lettera, adesso devo andare
Perdona la calligrafia da prima elementare
E ti stupisci che io provi ancora un?emozione?
Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare

Pensa…un messaggio che bisogna dare

4 Marzo 2007 Nessun commento


” Pensa ”

Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile
Insostituibili perchè hanno denunciato
Il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato
Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra
Di faide e di famiglie sparse come tante biglie
Su un’isola di sangue che fra tante meraviglie
Fra limoni e fra conchiglie… massacra figli e figlie
Di una generazione costretta non guardare
A parlare a bassa voce a spegnere la luce
A commentare in pace ogni pallottola nell’aria
Ogni cadavere in un fosso
Ci sono stati uomini che passo dopo passo
Hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
Con dedizione contro un’istituzione organizzata
Cosa nostra… cosa vostra… cos’è vostro?
E’ nostra… la libertà di dire
Che gli occhi sono fatti per guardare
La bocca per parlare le orecchie ascoltano…
Non solo musica non solo musica
La testa si gira e aggiusta la mira ragiona
A volte condanna a volte perdona
Semplicemente
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che sono morti giovani
Ma consapevoli che le loro idee
Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole
Intatte e reali come piccoli miracoli
Idee di uguaglianza idee di educazione
Contro ogni uomo che eserciti oppressione
Contro ogni suo simile contro chi è più debole
Contro chi sotterra la coscienza nel cemento
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che hanno continuato
Nonostante intorno fosse tutto bruciato
Perchè in fondo questa vita non ha significato
Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato
Gli uomini passano e passa una canzone
Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione
Che la giustizia no… non è solo un’illusione
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Pensa

di FABRIZIO MORO……vincitrice Festival di Sanremo 2007 giovani

la sinistra radicale ci ha azzappato i piedi

24 Febbraio 2007 8 commenti


Questa sinistra serva cervello!!!!
é inutile che i capigruppi di Rifondazione e dei Comunisti italiani , si scaricano le colpe, li hanno scelto loro i dissidenti , mai come stavolta erano liberi di scelgliere uomini di partito.
Ed adesso siamo costretti a chiedere aiuto al centro ( follini!!!) e quindi spostarsi al centro, ecco cosa hanno ottenuto gli impazzienti dissidenti che pur di non aspettare la graduale ed efficace svolta della politica estera italiana, hanno voluto far cadere questo governo.
Prima cosa dal programmino sn spariti i DICO, ed adesso se ci riuscirà da solo il parlamento ad approvarli( ne dubito, voglio vedere come si giustificheranno i cuori puri con i loro elettori).
E’sparito un richiamo alla dl gentiloni sulla riforma tv.
E’ dovranno contrattare con meno forza sulla riforma delle pensioni e sulla legge elettorale
Questo cosidetto Prodi bis durerà giusto un anno per traghettare il governo all’elezioni della prossima primavera, spero solo faccaimo almeno una legge elettorale buona.

Credo che il loro voto non abbia per niente contribuito alla loro causa, il fine non si realizza con scelte di istinto e di solo apparenza ma negoziando ed cercando di arrivarci, non solo con dichiarazioni e manifestazioni inutili

Sn daccordissino con Napolitano, quando dice, non deve essere la piazza a condizionare.
Perchè la democrazia si esprime col voto e non solo manifestando, non solo quelli scesi in piazza soolo perchè fanno più rumore devono essere ascoltati più di me che forse non abbraccio bandiere(forse non capendone nemmeno il significato), ma esprimo il mio parere votando come la maggioranza degli italiani.